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DICONO DI LUI…

"Quando De Stefano mi ha proposto di redigere la prefazione al suo libro, gli ho riferito che non ero all'altezza del compito e [...] gli avrei fatto più danni che benefici. Tuttavia, constatando la pervicace e coinvolgente passione musicale di questo sociologo italiano, nonché le sue opere saggistiche di stampo musicologico, ho cercato di rintracciare nei miei scritti, qualcosa che potesse essere utile alla sua causa"

(Zygmunt Bauman, dalla Prefazione di Una storia sociale del jazz)

"Ciò che mi sorprende positivamente è che tutto ciò, ed altro, è riportato con grande competenza in questo libro largamente dedicato al ragtime, da un critico musicale italiano, Gildo De Stefano, già avvezzo alla cultura neroamericana. Un’opera di grande significato culturale in cui l’autore ha affrontato temi, nonostante entrati nel Terzo Millennio, per molti europei ancora oscuri quali l’honkytonk e lo stride-style, oltre ad un corposo profilo esaustivo sul massimo esponente del genere, Scott Joplin. Il lavoro di De Stefano si inserisce di diritto tra quegli esigui libri su questo specifico argomento, condotto con estrema serietà, pubblicati in Europa.

(Amiri Baraka/Leroi Jones, dalla Prefazione di Ragtime, Jazz & dintorni)

"La bravura di De Stefano sta proprio nel decrittare l'idioma del genere con chiarezza e precisione senza mai separare la componente puramente musicale da quella etnografica"

(Giorgio Fontana, La Stampa)

"De Stefano, ma anche Zygmunt Bauman nella sua introduzione, più che alla creazione pensano all'ascolto, quasi coincidendo nell'opinione silente sulla crisi del jazz. Crisi creativa, non di consumo, consumo diventato liquido, ricorda Una storia sociale del jazz, lasciando l'ascoltatore/consumatore/jazzofilo di fronte ad una potenziale discoteca sterminata, ma più solo di prima, privo dell'ipotesi di comunità..."

(Federico Vacalebre, Il Mattino)

Le carte di Gildo De Stefano sono quelle di chi ancora giovane ha avuto il giusto approccio con il jazz […] Quindi, grazie Louis per avermi spiegato a suo tempo il jazz; ma grazie De Stefano per aver contribuito a spiegarmi Louis

(Renzo Arbore, dalla Prefazione di Louis Armstrong)

"Proprio l'accenno alla 'liquidità' musicale del jazz incuriosisce in particolar modo giacché rimanda ad uno dei pensatori più originali ed acuti del nostro tempo, Zygmunt Bauman [...] Momenti di qualità che De Stefano riscopre e ripropone in una sintesi al tempo stesso colta e popolare"

(Antonio Filippetti, la Repubblica)

“Il libro di Gildo De Stefano, ricchissimo di particolari sulla società americana in via di sviluppo, sulle sue contraddizioni, sui suoi problemi, attraversa felicemente tre secoli di storia, si pone come ottimo approccio per arrivare in seguito allo studio di quella musica che verrà poi nel nostro secolo e che, fiorendo dagli spirituals e dai blues, si chiamerà jazz…”

(Vittorio Franchini, Corriere della Sera)

“Doppio è il punto di vista di De Stefano. Musicale da un lato con ricchezza di riferimenti, anche tecnici, al modo in cui la musica jazz è stata ‘costruita’. Socioantropologico dall’altro poiché, come annota lo stesso De Stefano, il jazz è impensabile senza la società nella quale vivono i musicisti … La prospettiva ideologica nulla toglie alla passione e alla cura dello storico”

(Corrado Augias, Panorama)

“Storia del ragtime rimane l’opera di De Stefano più opportuna e più approfondita. Opportuna perché si è occupato finalmente di una corrente musicale sulla quale in Europa esistevano (ed esistono tuttora) pochissimi studi validi; approfondita perché l’argomento era unico, e in duecento pagine più discografia l’autore ha saputo trattarlo con agilità, competenza e abbondanza di citazioni […Trecento anni di jazz è narrato da De Stefano con intensa partecipazione e con una singolare capacità di inserire la storia della musica nel più ampio quadro delle vicende sociopolitiche…]

(Franco Fayenz, La Stampa)

“De Stefano propone una efficace sintesi della letteratura statunitense sul ragtime, per la prima volta in lingua italiana. L’utilità divulgativa del risultato è indiscutibile, l’interesse del libro –per addetti e non addetti ai lavori- altrettanto certo, anche in ragione della sua piacevolezza di lettura e della relativa completezza dell’apparato biblico-discografico che lo completa”

(Luca Cerchiari, Musica Jazz)

"...il genere che ha in qualche modo preceduto il jazz, vale a dire il ragtime, la cui storia è riassunta con dovizia di particolari tecnici e storici nel volume di Gildo De Stefano, "Ragtime, jazz & dintorni", pubblicato circa vent' anni fa e adesso ristampato dalla SUGARCO con una prefazione di Amiri Baraka, al secolo LeRoi Jones, autore del celebre volume "Il popolo del blues".

(Nino Marchesano, la Repubblica.it)

“Il libro sul ragtime di Gildo De Stefano compie un approfondito exusus nella storia di questo genere musicale […] fornendo spesso elementi di valutazione che possono consentire una ‘contestualizzazione’ della musica in rapporto soprattutto all’evoluzione storica [...] Il libro di De Stefano è importante proprio nella misura in cui ricostruisce il complesso tessuto dentro il quale si innesta l’espressione musicale specifica”

(Giuseppe Merlino, Paese Sera)

“La Storia del ragtime scritta per Marsilio da Gildo De Stefano –un critico napoletano molto preparato sui temi della cultura americana.- approfondisce un argomento sul quale finora s’era potuto leggere poco di veramente significativo, almeno in italiano […] De Stefano presenta i protagonisti di questa musica e ne illustra le origini e la tecnica in un disegno storico che, per la sua vivacità, si raccomanda a tutti e non soltanto agli specialisti. Insomma un valido contributo a quella moderna cultura musicale che va conquistando anche in Italia un sempre maggior numero di adepti”

(Salvatore G. Biamonte, Radiocorriere TV)

Storia del ragtime di Gildo De Stefano viene a colmare una lacuna importante, costituendo il primo lavoro europeo compiuto sulle origini e la tecnica di questo genere musicale attraverso un’analisi del lavoro dei maggiori esponenti di ragtime”

(Gianni Cesarini, Il Mattino)

"Già l' introduzione di Gianni Minà e la prefazione del cantautore Chico Buarque de Hollanda sono una deliziosa anticamera. Nelle quattro sezioni in cui è composto il volume di De Stefano si troveranno dettagli sulle origini e le usanze filocattoliche delle canzoni brasiliane. Sui canti di lavoro e sui balli, dal samba al bumba-meu-boi. Sulla rivoluzione iniziata negli anni Quaranta con la bossanova di De Moraes e Tom Jobim e col Tropicalismo di Caetano Veloso. Fino a giungere alla recenti produzioni di Arto Lindsay e Tribalistas"

(Gianni Valentino, la Repubblica)

“Con rigore storico ma soprattutto con la passione del musicologo, De Stefano ci racconta l’affascinante storia del jazz dal 1619 al 1919”

(Giuseppe Randazzo, Domenica del Corriere)

"Il merito di De Stefano è quello di aver raccolto ogni materiale culturale possibile su questo genere musicale [...] in Italia per lungo tempo non c'è stato un libro che non fosse americano. Questa lacuna è stata colmata da De Stefano..."

(Annamaria Alagna, L'Indipendente)

“Lo studio di De Stefano si segnala proprio per l’ampiezza del ventaglio di interessi che sa coprire, proponendo una lettura comparata, e a tratti davvero entusiasmante […] di documenti e fonti storiche e di ipotesi critiche elaborate nel corso della lunga storia dell’esegesi del fenomeno jazzistico”

(Francesco Durante, Il Mattino)

"Il libro che De Stefano dedica alla memoria di Giancarlo Siani, col quale ha percorso un tratto significativo di strada comune, spazza via certo sciacallaggio mediatico. Infatti è la conferma di come nella giostra mediatica scatenatasi all'indomani della sua morte [...] ognuno ha cercato di portarsi a casa delle sue spoglie, per crearsi a seconda dei casi un alibi o un lasciapassare gratificante per il proprio curriculum"

(Antonio Filippetti, la Repubblica)

“Lo studio di De Stefano reca un importante contributo non soltanto alla conoscenza di questa musica ma specialmente a quelle radici sociostoriche verso le quali molti (anche critici esperti) guardano oggi con indifferenza, forse frastornati dal grande boom che sta fittiziamente accompagnando ogni musica di enorme significato umano, civile e d estetico…”

(Walter Mauro, Il Tempo)

“(Trecento anni di jazz ) titolo volutamente provocatorio […] inizia in maniera molto interessante, raccontandoci con taglio filosofico-antropologico modelli sociali e teorie razziali […] nonostante la vasta e lodevole utilizzazione di una bibliografia in gran parte poco conosciuta in Italia…”

(Claudio Sessa, Musica Jazz)

"Caro Giancarlo...contribuisce a chiarire molti aspetti della vita del giornalista ucciso dalla camorra e a rendere onore al senso più profondo dell'impegno di Giancarlo Siani"

(Ugo Cundari, Il Mattino)

“…non a caso l’opera di De Stefano è la prima e unica storia del ragtime realizzata in Europa.”

(L’Unità)

“Una buona  storia, la migliore e la prima, del jazz a Napoli e regione, raccontata da un giornalista napoletano già autore di vari volumi su quello americano…)

(GianMario Maletto, Musica Jazz)

Vesuview Jazz  va a colmare, sia pur parzialmente, una lacuna […] De Stefano non traccia classifiche, sta attento alle dimenticanze, tenta un censimento quanto più completo dei musicisti e degli operatori del settore…”

(Federico Vacalebre, Il Mattino)

“Con la consueta e paziente ostinazione dello storico, ancora una volta Gildo De Stefano ha confezionato un prodotto editoriale di grande utilità […] che va a colmare un vuoto bibliografico di circa ottanta anni di musica afroamericana a Napoli e in Campania, corredato anche da un ampio indice di nomi”

“Sfuggendo ancora una volta alle partigianerie della critica militante, De Stefano rilegge un secolo e più di musica brasiliana, dalle origini ai giorni nostri […] senza perdere mai di vista i movimenti e i personaggi musicalmente più significativi…”

(Stefano De Stefano, Corriere della Sera)

“Frammenti di jazz ricostruiti in un volume dei ricordi, con fatti, date, curiosità e aneddoti di una storia del jazz in Campania che adesso può essere piacevolmente riletta nel meticoloso lavoro di Gildo De Stefano”

(Nino Marchesano, la Repubblica)

“De Stefano riesce a tracciare un quadro di quegli anni offrendo una panoramica e cogliendo, allo stesso tempo, l’entità del singolo […] De Stefano accompagna il lettore in un itinerario lungo e articolato senza perdere di vista i dettagli e soprattutto il motore di questo processo”

(Donatella Gallone, Il Giornale di Napoli)

“Gildo De Stefano ha fatto un tuffo nel passato con l’emozione di chi va a scoprire una terra dimenticata […] Il libro di De Stefano obbliga ad una lettura spesso attenta. In esso si alternano racconto, informazioni e riflessioni […] Si sente nello stile una partecipazione accorata per questa vicenda, come se per l’autore il feeling col jazz corresse sul filo di una ‘negritudine’ ancora viva nel golfo di Napoli”

(Sandro Petrone, RAI-TG2)

“Con Trecento anni di jazz De Stefano chiude una trilogia […] offrendo una panoramica che oltre la storiografia musicale e le tecniche e le evoluzioni del jazz, elementi indubbiamente basilari ma non totalizzanti”

(Goffredo De Pascale, Il Giornale del Mezzogiorno)

“Dalla lettura di Il popolo del samba di Gildo De Stefano le motivazioni che la musica brasiliana, a causa della sua trasversalità, per decifrare il complesso universo brasiliano, appaiono chiarissime, avvalorate dall’impostazione storiografica che l’autore ha conferito al testo”

(Fabio Germinarlo, Musibrasilnet)

“Quella di De Stefano è una disamina sapientemente articolata, che parte dai prodromi fin poi ad approdare alle diverse evoluzioni del samba […] De Stefano ha colmato una lacuna italiana in atto da ben mezzo secolo, pubblicando una storia completa, minuziosa sulla musica popolare brasiliana…”

(Annamaria Alagna, Roma)

"Gildo De Stefano ci illustra il percorso musicale di questo popolare genere strumentale diffusosi in America dalla seconda metà dell'Ottocento, con particolare attenzione verso la produzione di Scott Joplin [...] creando dei modelli dove l'invenzione e l'originalità sembra primeggiare sulla forma"

(Alessandro Annunziata, Nuova Rivista Musicale Italiana)

"Il merito di De Stefano è quello di aver raccolto certosinamente ogni materiale culturale possibile su questo genere musicale che ancora oggi è diffuso enormemente al di qua e, soprattutto, oltreoceano in rassegne e festival internazionali"

(Giorgio De Scisciolo, Jazzitalia)

"Gildo De Stefano ha dedicato un saggio ampio, articolato, un atto d'amore verso questo genere musicale più ancora che una pubblicazione scientifica […] sulla cui conoscenza c'era in Italia una vistosa lacuna, finalmente colmata dallo stesso De Stefano. Un libro che si legge tutto d'un fiato, come un romanzo avvincente, senza annoiarsi mai. Come quando si ascolta il ragtime, appunto"

(Maurizio Piscitelli, Napolipiù)

"Dopo la trilogia nera, così potremo definire i libri sul jazz, che lo hanno visto imporsi come saggista musicale, De Stefano affronta con nuovo stile, più discorsivo e avvezzo all'aggettivazione, la narrativa...con una scelta di personaggio non casuale"

(Goffredo De Pascale, NAPOLICITY)

“Chi non ama il samba / non è una buona persona  / è marcio nella testa o malato nei piedi” dice l’epigrafe (tre versi del musicista Dorival Caymmi)  in testa al capitolo sulle origini: Gildo De Stefano, sano di mente e di piedi, ha scritto una dichiarazione d’amore al samba ed ai brasiliani.

(Mario Pagano, NapoliOnTheRoad)

"Scorrendo le pagine del libro di De Stefano alla scoperta di “The Voice”, (come si faceva chiamare lui) “l’idolo delle adolescenti” di quegli anni, viene alla luce un Sinatra fin da bambino amante della musica, dell’arte del cantare"

(Valentina Andalusia, Rinascita)

"Tra le centinaia di biografie poche sono quelle che hanno dato il giusto risalto alle origini italiane –o meglio, siciliane– di Frank Sinatra; nemmeno quella commissionata dalle figlie, Nancy e Tina, a Charles Pingione, il portavoce dello stesso cantante. Ha colmato la lacuna Gildo De Stefano, già avvezzo alle biografie di grandi musicisti...[…]"

(Blitz, quotidiano on line)

"La biografia su The Voice scritta da De Stefano si potrebbe definire unica in Italia (ma a questo punto unica nel mondo), in cui il musicologo partenopeo approfondisce le sue ricerche nel profondo sud italiano, andando a scovare le più recondite origini di Frankie a Lercara Friddi, percorrendo l'intero territorio della Trinacria e contattando gli ultimi eredi del grande crooner americano […] come l'aver riportato l'intrigante cronaca dell'ultima esibizione italiana di The Voice a Pompei..."

(Gianni Blasio, Corriere dello Spettacolo)

"I suoi abituali lettori sono abituati ad una scrittura saggistica poiché De Stefano è soprattutto un musicologo, tuttavia in È troppo tardi per scappare è riuscito a far trasparire dal tessuto dialogico la potenza e la capacità rappresentativa...[...] Una storia sociale del jazz è un'opera decisamente innovativa data la una carenza di trattati socio-antropologici sulla musica afroamericana colmando quella lacuna lasciata negli anni Settanta dal grande storico mondiale  Hobsbawm"

(Annamaria Alagna, LEGGERE:TUTTI)

"Ma qui sta poi il pregio dell'opera letteraria di De Stefano, che riesce a darci la misura linguistica del suo talento grazie alla costruzione di un'unità di linguaggio che è al tempo stesso preciso e allusivo, immediato ed evocativo, come accade appunto agli scrittori veri"

(Antonio Filippetti, la Repubblica)

"Quella di De Stefano è la denuncia di un modo di pensare. O di non pensare. Perché chi pensa deve sempre rinunciare a vivere e a chi vive non occorre pensare. E' così, proprio quello per cui l'uomo è stato giudicato tale, la sua ragione, alla fine lo inchioda"

(Eleonora Giugliano, Roma)

"Di questo universo senza speranza De Stefano coglie -grazie proprio alla scelta del registro linguistico- l'aspetto più sensibile e indifeso, ponendo in primo piano la condizione femminile, ovvero delineando le storie intorno alle donne cosiddette d'onore ma che alludono ovvero interpretano e addirittura testimoniano un'esperienza infima e subumana"

(Biblioteca Digitale sulla Camorra e Cultura della Legalità, Dipartimento Studi Umanistici "Federico II" Napoli

"Non è la prima volta che De Stefano, saggista musicale, affronta una prova narrativa. Già finalista, negli anni '90 al Premio Calvino, l'autore disegna in E' troppo tardi per scappare, la psicologia di Patrizia, Veronica, Carmela, e Nunziatina. Quattro donne d'onore"

(Il Brigante - Periodico per il sud del 3° Millennio)

"Una storia sociale del jazz è interessante, a tratti ostico, ma indirizzato anche a chi non è così pratico di jazz, ma vuole comprendere una fetta importante di cultura americana, partendo da un terribile paradosso. Infatti è brutto a dirsi, ma senza le navi negriere, senza la schiavitù e la segregazione di manodopera importata a forza dall’Africa, oggi la musica americana sarebbe completamente diversa, per non parlare della società"

(Alessio Brunialti, La Provincia di Como)

"Questa 'storia sociale del jazz' si inserisce di tutto diritto in quelle decisamente innovative, dal momento che è in atto una grave carenza di trattati socio-antropologici sulla musica afroamericana; in questo modo De Stefano ha colmato quella lacuna lasciata da più di 40 anni in questo peculiare segmento musicologico"

(Daniele Panico, Roma)

"Se è pacifico che l'improvvisazione resta all'interno di questo universo musicale un dato imprescindibile, lo sguardo socio-antropologico di De Stefano affonda nella dinamica dei rapporti sociali più disparati in esso contenuti. La dimensione sociale è vasta per definizione; l'approccio di De Stefano è storico e teorico insieme..."

(Michele Lupo, Alibi on line)

"Il titolo potrebbe sembrare pleonastico: la storia del jazz è sociale, poiché proviene dalla schiavitù, dal concentrazionismo, dalla segregazione, dalla rivolta e dalla ricerca di un'identità. Ma De Stefano è un sociologo della comunicazione, il suo sguardo sulla musica nera ha come osservatorio privilegiato l'idioma musicale come fatto sociale"

(Donato Zoppo, Rockerilla)

"Dalla schiavitù al jazz liquido, sono le coordinate temporali di partenza e arrivo di questo libro che si chiude su una suggestiva metafora ovviamente mutuata da Zygmunt Bauman [...] Quando si arriva al jazz De Stefano tradisce la sua passione e competenza assoluta per il ragtime..."

(Franco Bergoglio, magazzinoJazz)

"De Stefano offre un'indagine socio-antropologica impareggiabile, nel senso di una innovativa ricostruzione temporale e fattuale, interpolati all'interpretazione di vicende umane e stilistiche, in grado di scavalcare steccati ideologici, certe vecchie letture ormai infeltrite, schemi di riferimento ammuffiti"

(Marco Nonno (Vice-Presidente del Consiglio Comunale di Napoli), ULISSE on line)

"Naturalmente il libro di De Stefano su Giancarlo Siani vuole essere anche uno sguardo cupo e malinconico sul giornalismo partenopeo e -in senso lato- italiano che, spesso, non rispecchia la libertà di stampa"

(Daniele Panico, Il Cittadino Canadese)